Jacopo, Vienna e il Covid-19 che spazza via la quotidianità. Storie da quarantena

Austria, Vienna. Cuore dell`Europa e pochi morti da COVID-19. Il coronavirus domina le nostre esistenze. E` assorbente come poche cose lo sono state in questi ultimi decenni. Forse solo la minaccia terroristica, nelle sue varie forme, è qualcosa di compatibile. Ma lí il nemico era raggiungibile, sapevi dove era e come distruggerlo.

Questo? Il Covid-19, intendo, ha forme e sostanza più subdole. Non c`è nessun falso senso di sicurezza, calpisce tutti. Chi più chi meno. Tra quelli colpiti di meno c`è l`Austria, appunto.

Jacopo Moreschini, a Vienna per inseguire il sogno di una carriera nelle organizzazioni internazionali, ci accompagna in un viaggio che è insieme fisico e personale. Spirituale e collettivo.

“Esco a correre lungo la Ringstraße, quel meraviglioso viale che ripercorre le antiche mura di Vienna. Il sole scalda i palazzi che compongono il volto più noto della capitale austriaca e, anche se converrebbe recarsi verso i grandi spazi del parco Prater per continuare l’allenamento senza interruzioni, fa comunque piacere fermarsi ai semafori per una pausa ed osservare le architetture che mi circondano. Gli alberi iniziano a verdeggiare, facendo da cornice ai mille tulipani sistemati per la primavera nel Volksgarten, nel Burggarten, nello Stadtpark.

Penso che la primavera a Vienna sia un bacio appassionato, una carezza di vento, una mano che aiuta ad alzarsi quando di farlo se ne ha persa la voglia. Mi ricordo che la primavera a Vienna non era ancora esplosa a inizio marzo. Poco male, avrei approfittato di una vacanza dal lavoro per ritornare dalla mia famiglia in Italia, passare qualche giorno insieme per poi ritornare in città e godermi l’inizio di stagione. Il coronavirus si è sostituito al profumo della vita che rinasce come un ospite indesiderato. Odore di paura, di preoccupazione, come quello che percepivo seguendo le notizie che arrivavano da casa.

La mia famiglia abita a Vicenza, a poca distanza dal focolaio di Vo’, e con il papà affetto da precedenti patologie polmonari non era facile affrontare le misure di contenimento. “Da oggi dobbiamo presentare un documento per muoverci da casa. Nei supermercati si entra uno alla volta e con le dovute protezioni. Come ti trovi lassù, stanno facendo lo stesso? Secondo me arriva anche da voi.”

Mia madre aveva espresso un parere, ma ci aveva visto giusto. A pochi giorni dalle misure italiane, il governo austriaco aveva deciso di imporre controlli più severi alle frontiere italiane. Il 16 marzo iniziava ufficialmente la quarantena viennese. Il figlio del mio vicino aveva disegnato un arcobaleno con sotto la scritta Alles wird gut e lo aveva appeso al portone di ingresso. Un appartamento di studenti si offriva per fare la spesa ad anziani e soggetti a rischio contagio. Iniziava il crepuscolo delle abitudini. 

Jacopo Moreschini

Continuo a correre sul Ring, davanti a me l’osservatorio Urania, svoltando a sinistra inizia il Donaukanal con i suoi locali affollati lungo il corso del fiume. In una serata estiva quest’area di Vienna esplode di movida. Oggi il silenzio qui è interrotto solo dal traffico e dai tram che tagliano le strade a fette. Questa mattina ho comprato dei Kipferl ad una panetteria sotto casa. Le misure contro la pandemia, almeno nella parte dedicata ai comportamenti del buon cittadino, si riassumono in un caloroso invito a restare a casa il più possibile, seguendo le indicazioni di prevenzione del contagio indicate dall’OMS. Il giorno dopo la conferenza stampa del cancelliere Kurz, in panetteria si entra uno alla volta ed i contatti sociali sono ridotti al minimo.

Non faccio fatica a percepire le nuove regole e a adattarmici perché, pur nel caso in cui non mi fosse risultato chiaro il messaggio del cancelliere, ci pensano i cittadini a darmi un veloce ripasso di senso civico. Un’anziana signora, nel vedermi entrare nella panetteria, grida “Heast. San’s deppert?!” e in quelle parole c’è tutto quello che serve per vivere a Vienna: rispetta la fila, fammi passare che c’ero prima io, mettiti la mascherina e, già che ci sei, torna a casa a lavarti le mani. Ciò che mi stupisce di più è la compattezza degli abitanti nel rispetto delle regole, fino ad evitare completamente qualsiasi contatto fisico. Da italiano, questo particolare faccio fatica a digerirlo culturalmente parlando, ma è necessario e mi adeguo all’ordine. I supermercati, rimasti gli unici esercizi commerciali aperti insieme a farmacie e tabaccai, distribuiscono a loro spese le mascherine, ma si può ancora entrare senza contingentamenti.

È una ferita al cuore vedere chiusi i musei della città, il Kunsthistorisches su tutti, insieme al palazzo di Schönbrunn e al castello del Belvedere.Si ha la sensazione che qualcosa si sia interrotto in città a causa del coronavirus, ma la verità forse è un’altra e sta in quella natura che si estende ovunque a partire dalla Innere Stadt a tutti e 23 i distretti.

Le misure del governo hanno avuto il buon senso di non tagliare il cordone ombelicale che lega ogni essere umano alla natura, al respirare il verde e averne cura senza eccezioni. 

Il numero dei contagi aumenta di giorno in giorno ed i rischi per la tenuta del sistema sanitario austriaco sono reali. Molte persone hanno perso la vita a causa della pandemia e i problemi legati alla chiusura delle aziende come l’obbligo del lavoro da casa impongono sacrifici molto duri. Migliaia di lavoratori hanno perso il loro impiego, costringendo il governo ad investire miliardi in piani di sostegno economico-sociale. Nessuno si sente di programmare la propria vita nei mesi successivi quando eventi caratterizzanti la vita culturale viennese vengono posticipati al 2021 e alle famiglie austriache viene suggerito di andare in vacanza entro i confini nazionali per il 2020. Eppure, a dispetto di una situazione oggettivamente complessa, non è ancora stato vietato di poter passeggiare lungo i viali ordinati della città e di scattare una foto a un tulipano. C’è chi, come me, preferisce correre, e sono tanti quelli che decidono di farlo data la chiusura delle palestre. La polizia controlla attivamente le strade e sono autorizzati a sanzionare chi non rispetti la distanza anti-contagio o chi non porti la mascherina nei supermercati o nei trasporti pubblici, ma non fermano un singolo individuo nel suo rapporto diretto con l’esterno della propria abitazione. Un silenzio profondo quello tra l’uomo e la natura che lo circonda.

Un assurdo di camusiana memoria, un divorzio tra la volontà umana nel chiedere spiegazione della propria esistenza a un ambiente che non risponde. Ma quel rapporto risulta fondamentale quando si è costretti da un virus a proteggersi e a fare i conti con un silenzio materiale, quello delle strade che si svuotano e che non lasciano spazio all’interazione sociale. È confortante a livello psicologico continuare a riflettere su se stessi e su ciò che ci circonda. In questi giorni a Vienna mi è sembrato di respirare il peso di una libertà che si esprime anche nel vivere il proprio sconforto, non solo le proprie gioie. La libertà di bere il succo aspro di cui sono fatti i frutti del quotidiano, senza intermediari troppo invadenti, partecipando attivamente alla pandemia. 

Il sole infuoca nel tramonto Vienna, io ho finito la mia corsa. Un’ambulanza sfreccia a sirene spiegate, i ciclisti si fermano in attesa. Ci sono dei ragazzi che bevono una birra lungo il fiume e un signore aggiunge tasselli di ceramica e vetri rotti ad una statua che mi ricorda il mosaico della salamandra di Antoni Gaudì al Parc Güell di Barcellona. Il coronavirus divampa in un incendio globale che minaccia di strappare l’umanità dalle sue abitudini. In una sinfonia di contraddizioni, qui a Vienna ho potuto correre. Guardo bruciare la città e penso che la primavera sia un’alba per nuove abitudini, magari migliori. Mi viene in mente un’immagine: tutti noi, come tante piccole salamandre fatte di vetro e ceramiche. La pandemia è forte e lancia le sue fiamme. Un giorno il coronavirus potrebbe dire, come in Fahrenheit 451 di Bradbury “Era una gioia appiccare il fuoco.” Mentre lo appiccava, tante piccole salamandre mantenevano la distanza tra loro, aderivano al senso civico, cercavano soluzioni. Resistevano correndo, verso un’alba o un tramonto che fosse”.  

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...